Raul Castro a Obama: "Incontriamoci a Guantanamo"


di Sean Penn
su Liberazione del 28/11/2008
Questo è un estratto di una lunga intervista che l'attore e regista americano ha fatto con il presidente cubano e che uscirà nel numero del 15 dicembre di "The Nation" ma già disponibile su sito www.thenation.com
Negli Stati Uniti il presidente cubano Raul Castro, ed ex ministro delle forze armate nell'isola, è stato etichettato come un "freddo militare" e una "marionetta" di Fidel. Ma quello che una volta era un giovane rivoluzionario con la coda di cavallo della Sierra Maestra sta dimostrando che i serpenti sbagliano. In verità il "Raulismo" sta vivendo una stagione di boom industriale e agricolo. Il lascito di Fidel come quello di Chavez dipenderà dalla sostenibilità di una rivoluzione flessibile, quella che potrebbe sopravvivere alla fine del leader per morte o per dimissioni. Fidel è stato ancora una volta sottostimato dal Nord America. Scegliendo suo fratello Raul egli ha messo la politica quotidiana del suo paese in mani formidabili. In un documento del Council on Hemispheric Affairs, il portavoce del Dipartimento di Stato americano John Casey sottolineava che il Raulismo avrebbe potuto portare «una grande apertura e libertà al popolo cubano».
Sono seduto ad un piccolo e lucido tavolo di un ufficio del governo con il presidente Raul Castro e un traduttore. «Fidel mi ha chiamato un momento fa - mi dice - vuole che lo richiami dopo che noi abbiamo parlato». Vi è un certo umorismo nel tono di voce di Raul che riflette una lunga vita di affezionata tolleranza nei confronti dell'occhio vigile del fratello maggiore. «Vuole sapere tutto quello che ci siamo detti - mi dice lanciandomi un'occhiata divertita - Non mi è mai piaciuta l'idea di dare interviste. Uno dice un sacco di cose ma quando sono pubblicate diventano più corte, condensate. Le idee perdono il loro significato. Mi hanno detto che fai dei film lunghi. Forse lo potrebbe fare anche con questa intervista». Gli prometto che scriverò quanto più in fretta posso e che pubblicherò il massimo di quanto posso scrivere. Mi dice che aveva informalmente promesso la sua prima intervista come presidente a qualcun'altro, e non voleva moltiplicare quello che poteva sembrare un insulto e per questo aveva scelto me tra tutti.
(…) Castro si muove con l'abilità di un giovane. Fa esercizi ogni giorno. I suoi occhi sono brillanti la sua voce è forte. Si muove in continuazione. «Lei sa, Sean, vi è una famosa fotografia di Fidel durante l'invasione alla Baia dei Porci. Sta di fronte a un carrarmato russo. Non sappiamo ancora come si fa a rimandare indietro quei carrarmati. Così - scherza - il ritiro non era un'opzione!». Questo per il "freddo militare". Raul Castro è accogliente, aperto, energico e arguto. Torno sulle elezioni americane riproponendogli la domanda che Brinkley aveva già fatto a Chavez: Castro avrebbe accettato un invito a Washington per incontrare il presidente Obama dando per scontato che avesse vinto le elezioni? Castro riflette: «E' una domanda interessante» dice facendo seguire un silenzio piuttosto lungo. Alla fine: «Gli Stati Uniti hanno uno dei sistemi di elezioni più complicate del mondo. Ci sono noti ladri di elezioni nella lobby cubana americana in Florida…». Lo interrompo: «Io credo che la lobby si stia smembrando» e con una certa punta di ottimismo dico: «Obama sarà il nostro prossimo presidente». Castro sorride guardandomi come se fossi un ingenuo, ma il sorriso scompare subito e dice: «Se non viene assassinato prima del 4 novembre sarà il vostro prossimo presidente. Noto che non ha ancora risposto alla mia domanda sull'incontro a Washington. «Sa - dice - ho letto i discorsi che ha fatto Obama. Il fatto che avrebbe mantenuto il blocco». lo interrompo: «Ha usato la parola "embargo"». «Sì - dice Castro - , blocco è un atto di guerra, così gli americani preferiscono il termine embargo. Un parola più usata in procedimenti legali. Ma in ogni caso noi sappiamo che si tratta di un discorso pre-elettorale e che egli ha anche detto che è aperto a discutere con chiunque». Raul si interrompe: «Probabilmente sta pensando: Oh, il fratello parla tanto quanto Fidel!». Ridiamo. «Non è normalmente così, ma sa Fidel… Una volta c'era una delegazione qui dalla Cina. Molti diplomatici e un giovane traduttore. Credo che fosse la prima volta con un capo di Stato per il traduttore. Avevano avuto un viaggio molto lungo e erano sotto effetto del jet-lag. Fidel ovviamente, lo sapeva, ma ciò nonostante parlò per ore. Finché qualcuno al fondo del tavolo cominciò a chiudere gli occhi, poi un altro poi un altro poi un altro, ma Fidel continuava a parlare. Presto tutti quanti, inclusi i più alti in carica, quelli a cui Fidel stava indirizzando le sue parole, si addormentarono sulla loro sedia. Allora Fidel si rivolse all'unico sveglio, il giovane traduttore, e continuò a parlare fino all'alba». A questo punto della storia sia Raul cheio sapevamo di che cosa stava parlando. Ho avuto occasione di incontrare Fidel solo una volta, la sua mente straordinaria e la sua passione per i lunghi discorsi. Ma era abbastanza per avere il quadro della situazione. Solo il nostro traduttore non rideva.
«Nel mio primo discorso, dopo che Fidel si ammalò, io dissi che avremmo voluto discutere le nostre relazioni con gli Stati Uniti su un piano di parità. Dopo, nel 2006 lo dissi di nuovo, in un discorso sulla Piazza della Rivoluzione. Fui preso in giro dai media americani che mi feccero apparire come se stessi applicando cosmetici alla dittatura». Gli offro un'altra opportunità di parlare al popolo americano. Mi risponde: «Il popolo americano è tra i nostri vicini più prossimi. Ci dobbiamo rispettare l'un l'altro. Non abbiamo mai avuto nulla contro il popolo americano. Buone relazioni sarebbero vantaggiose per tutti e due. Forse noi non possiamo risolvere i nostri problemi, ma possiamo risolverne un buon numero». Si ferma e si capisce che sta lentamente considerando qualcosa. «Le dirò qualcosa che non ho mai detto pubblicamente prima. A un certo punto è trapelata una notizia, veniva da qualcuno del Dipartimento di Stato. Ma poi è stata rapidamente messa a tacere perché riguardava l'elettorato in Florida. Ora,come le dico questa cosa, il Pentagono pensarà che sono indiscreto». Aspetto con il fiato sospeso. «Noi abbiamo avuto contatti permanenti con i militari americani per un accordo segreto sin dal 1994 - mi dice Castro - si basa sulla premessa che avremo discusso argomenti inerenti a Guantànamo. Il 17 febbraio 1993 a seguito di una richiesta degli Stati Uniti di discutere fatti relativi a "buoy locators"(le boe che delimitano una area marina) per le navigazioni nella baia. Fu il primo contatto nella storia della rivoluzione. Tra il 4 marzo e il 1 luglio ci fu la crisi detta dei "boat people". Fu stabilita una linea privilegiata militari-militari e dal 9 maggio 1995 ci accordammo per incontri mensili con i rappresentanti principali dei due governi. Fino ad oggi abbiamo avuto 157 incontri e vi è una registrazione per ogni incontro. Gli incontri avevano luogo il terzo venerdì di ogni mese. Usavamo alternativamente o la base Usa a Guantanamo o il territorio cubano. Facevamo esercitazioni di emergenza congiunte. Per esempio accendevamo un fuoco e gli elicotteri americani portavano l'acqua dalla baia in accordo gli elicotteri cubani. Prima di questo la base di Guantanamo creava caos. Gli Stati Uniti avevano incoraggiato l'emigrazione illegale e pericolosa con le guardie costiere americane che intercettavano i cubani che tentavano di lasciare l'isola. Li avrebbero portati a Guantànamo e lì cominciò una minima cooperazione. Ma noi non volevamo fare la guardia alle nostre coste. Se qualcuno voleva andare, dicevamo, vai. La nostra collaborazione inizia così. Ora in ogni incontro del venerdì c'è sempre un rappresentante del dipartimento di stato americano». Non dà nessun nome.
«Che ne dice di Guantanamo?» chiedo. «Le dirò la verità: questa base è nostro ostaggio. Come presidente io dico che gli Stati Uniti dovrebbero andare. Come militare io dico che devono restare». Dentro di me stavo riflettendo: è una grande storia o non ha nessuna rilevanza? Non è sorprendente che i nemici parlino dietro le scene. Quello che è una sorpresa è che lui ne parli a me. E torno alla domanda iniziale sull'incontro con Obama. «Volendo incontrare il nostro prossimo presidente quale sarebbe la priorità di Cuba?» Senza battere ciglio Castro risponde: «Normalizzare il commercio». L'indecenza dell'embargo americano a Cuba non è mai stato così evidente come adesso, dopo le conseguenze di tre devastanti uragani. Le necessità del popolo cubano non sono mai state così disperate. L'embargo è semplicemente disumano e totalmente improduttivo. Raul continua: «L'unica ragione per il blocco è quella di farci male. Niente può fermare la rivoluzione. Lasciate che i cubani vengono per visitare le loro famiglie e che gli americani vengono a Cuba». Sembra che mi voglia dire: venite a fargli vedere questa terribile dittatura comunista che hanno imparato a conoscere attraverso la stampa, dove anche i dissidenti e i rappresentanti del Dipartimento di Stato sanno che in una libera e aperta elezione oggi il partito comunista vincerebbe con l'80% dei voti». Gli elenco molti conservatori americani che sono stati critici con l'embargo, dall'economista Milton Friedman a Colin Powell fino al senatore repubblicano del Texas Kay Bailey Hutchison che ha detto: «Io ho creduto per un momento che avremo dovuto trovare una nuova strategia per Cuba. E cioè aprire al commercio, principalmente al mercato alimentare, in modo da offrire alla gente un contatto con il mondo esterno e contribuire alla costruzione di un'economia che avrebbe consentito al popolo di combattere la dittatura». Castro, ignorando l'offesa risponde audacemente: «Accettiamo la sfida».
(…) Si stava facendo tardi ma non volevo lasciare Castro senza affrontar l'argomento dei diritti umani e del narcotraffico agevolato dal governo cubano. Un rapporto del 2007 del Human Rights Watch stabilisce che Cuba «Rimane l'unica nazione in America Latina che reprime tutte le forme di dissenso politica». Inoltre vi sono circa 200 prigionieri politici a Cuba oggi, circa il 4% di questi sono reclusi per crimini di dissenso non violento». Mentre aspetto i commenti di Castro, non posso fare a meno di pensare alla vicina prigione di Guantanamo e alle orribili offese statunitensi contro i diritti umani. «Nessuna nazione è al cento per cento libera dagli abusi sui diritti umani - mi dice Castro - i report dei media americani sono molto esagerati e ipocriti. In verità anche il principe dei dissidenti cubani Eloy Gutierrez Menoyo ha riconosciuto le manipolazioni, accusando gli Stati Uniti di pagare le testimonianze dei dissidenti. Per ironia della sorte nel 1992 e 1994 Human Rights Watch ha descritto i gruppi anticastristi di Miami illegali e intimidatori e il giornalista Reese Erlich perla di «violazioni normalmente associate alle dittature latino americane». (…)
Possiamo parlare di droga»? Chiedo a Castro. Risponde: «Gli Stati Uniti sono i più grandi consumatori di droga nel mondo, Cuba si trova esattamente nel mezzo tra gli Usa e i fornitori. E' un grande problema per noi. Con l'espansione del turismo si è sviluppato un nuovo mercato e noi lo combattiamo. Si dice inoltre che noi permettiamo ai narcotrafficanti di sorvolare i cieli cubani. Noi non permettiamo queste cose, sono certo che alcuni di questiaerei riescono a passare. Ma è semplicemente a causa delle restizioni economiche che non abbiamo più i radar per intercettarli».
Torno a porre a Castro dopo questo lungo incontro la mia domanda iniziale. È poco dopo l'una di mattina ed egli inizia a parlare:«Dunque lei mi aveva chiesto se accetterei di incontrare Obama a Washington. Dovrei pensarci. Dovrei discuterne con i miei compagni di governo. Personalmente non credo che sarebbe una buona cosa che io fossi il primo a fare visita, perché sono sempre presidenti latinoamericani che vanno per primi negli Stati Uniti, ma sarebbe anche indelicato aspettarsi che il presidente degli Stati Uniti venisse a Cuba. Dovremmo incontrarci in un posto neutrale». Fa una pausa, appoggia il suo bicchiere di vino vuoto: «Forse possiamo incontrarci a Guantanamo. Dobbiamo incontrarci e iniziare risolvere i nostri problemi. E alla fine dell'incontro noi potremmo dare un dono al presidente. Potremmo rimandarlo a casa con la bandiera americana che sventola sulla baia di Guantanamo». Usciamo insieme dall'ufficio accompagnati dallo staff del presidente, fino alla macchina che ci aspettava. Lo ringrazio per il tempo concessomi. Mentre sono in macchina il presidente bussa al mio finestrino. Abbasso il vetro e il presidente mi indica l'orologio, per dire che sono passate sette ore da quando abbiamo iniziato l'intervista. Sorridendo mi dice: «Adesso chiamerò Fidel. Gliel'avevo promesso. Quando Fidel saprà che abbiamo parlato per sette ore, stia sicuro che passerà con lei sette ore e mezzo quando tornerà Cuba». Ci scambiamo un sorriso e un'ultima lunga stretta di mano.
